RACCONTO DI CLAUDIA: VIAGGIO DI GRUPPO IN INDIA DEL NORD E VARANASI - CAPODANNO 2013

Come quando. L’India, per me, non si può descrivere se non tramite similitudini, metafore o altre figure retoriche.

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Come quando.

L’India, per me, non si può descrivere se non tramite similitudini, metafore o altre figure retoriche. Le parole, tante o poche, non catturerebbero il senso. Le immagini, le uniche capaci di evocare più che di descrivere.

Come quando ami molto, come quel sentimento che vivi dentro di te, che arriva, ti prende lo stomaco e diventa fluire lungo il corpo. Quello stesso fluire di emozioni che ti fa ridere e poi piangere forte.

Come quando ti immergi nel mare e metti sotto la testa per guardare i pesci con la maschera. Quella pace e quel silenzio che fanno bene all’anima.

Spiritualità di luoghi magici come ovatta bianca che ti avvolge e ti lascia sospesa in un candido silenzio in cui non esiste più uno spazio e un tempo, ma girandoti vedi l’universo intero e tutto e solo un presente adornato di serenità. Senza più affannarsi nelle ansie future, senza lasciarsi alla malinconia dei giorni passati.

Come quando durante quell’immersione guardi dietro un sasso e davanti ai tuoi occhi si snoda uno spettacolo mai visto. La meraviglia di un mondo sconosciuto. Colori, odori, sapori, suoni nuovi che risvegliano tutti e cinque i sensi.

Le mani che incontrano esperienze e storie nuove, soffici come sa essere la seta e poi dure, durissime come il marmo. Delicate come l’eleganza colorata e nobile delle donne e poi strazianti come solo certa povertà portata con il sorriso sa essere.

Come quando assisti inerte ad una scena conosciuta fin troppo bene. Quella in cui tantissimi piccoli e colorati pesci vengono mangiati da giganti squali. E gli altri se ne rimangono lì, in un angolo del mondo a lottare per sopravvivere. Soli con sè stessi e quello sguardo, in cui leggi che, nonostante tutto e nonostante tutti, sono loro che rassicurano te. Tu non sei capace a rassicurare loro.

Da un vetro di un pullman e camminando per le strade, come quando ti metti la maschera, come un’estranea in un mondo non mio ho cercato di osservare, guardare, capire e lasciare che un po’ d’India entrasse dentro di me, piuttosto che il contrario. Troppo grande lei, troppo piccola io.

Come nei migliori spettacoli di teatro, quando arriva il momento degli applausi il pubblico che ha saputo davvero guardare e vedere sa che quello spettacolo non è finito, non finirà mai, continuerà a vivere dentro di loro. E l’India dentro di me rimarrà come un profondo sorriso che si accende lungo la pancia.

Lo stesso che ho visto nel volto e negli occhi dei circa 4000 pellegrini di Varanasi, delle persone che attendevano il treno in stazione, dei mendicanti, dei bambini che vendono quel che si può, nelle ragazzine che tornano dal tempio il primo giorno dell’anno, nelle donne che lavorano i campi, negli uomini fuori dai negozi. Nei tanti templi, dal Taj Mahal alla meraviglia di Kajhurao, che si illuminano alla luce del sole.

E nei miei compagni di questo viaggio, dai più giovani ai più grandi. Attoniti e felici, stretti intorno a quelle bellezze, insieme ci siamo emozionati e conosciuti. Hanno lasciato che li vedessi sorridere.

John Lennon, nel il suo soggiorno in India per una compagna di avventura, ha scritto Dear Prudence.

“Cara Prudence, lasciami vederti sorridere Cara Prudence, come un bambino piccolo Le nuvole saranno una delicata catena Quindi lasciami vederti sorridere di nuovo.”

Io la dedico ai miei compagni di avventura e alla voglia di condividere ogni attimo di quei giorni di vita. Per questo li ringrazio. Tutti. Perché credo che la vera felicità sia sempre nella condivisione. E ringrazio chi tutto questo l’ha reso possibile. Chi ha saputo realizzare questo tour di emozioni, con una cura del dettaglio propria di chi sa organizzare, ma soprattutto amare.

Chi ha saputo scegliere luoghi, accompagnatori e mezzi di trasporto. Chi ha saputo concentrare in quei giorni il vedere e il sentire, nel tentativo di lasciarci davvero un pezzo d’india e toglierci lo sguardo occidentale che spesso portiamo in giro. A loro il ringraziamento più profondo.

Perché in questi anni ho capito che si può viaggiare in tanti modi. Ma anche che il viaggiatore non viaggia sempre per tornare contento. Lui viaggia perché di mestiere, ha scelto un mestiere di vento. Questo quello che rimane di ogni viaggio fatto con I Viaggi dell’Arcobaleno.

L’ebrezza di quel vento. La consapevolezza che Paese significa storia e storia significa lingua. E la voglia profonda di continuare a imparare la mia direzione da gente che non mi somiglia.

Claudia.

Tour India del Nord e Varanasi dal 26 dicembre al 05 gennaio 2013

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