RACCONTO DI ELVIRA: VIAGGIO ORGANIZZATO IN INDIA (RAJASTHAN E VARANASI) - APRILE 2016

Che dire quando un sogno rincorso per anni si avvera? Non ti sembra vero

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Che dire quando un sogno rincorso per anni si avvera? Non ti sembra vero! Appena scesi all’aeroporto di Delhi la prima cosa che ti colpisce, quando esci all’aperto, è l’odore e una folata di vento caldo che ti investe, come quando apri lo sportello del forno per controllare la cottura dell’arrosto. Sono assonnata, un po’ accartocciata dopo il viaggio, anche se durante il volo siamo riusciti a schiacciare un sonnellino grazie ai posti vuoti che hanno permesso di avere più spazio. Doccia, breve riposino e sono pronta ad assorbire tutto di quest’India di cui ho letto tanto ma che sono sicura mi offrirà aspetti e sensazioni che non si possono avere leggendo. Ci immergiamo nel traffico caotico, forse è un eufemismo, nella bolgia infernale che ti riempie le orecchie per il frastuono dei clacson, le narici di smog ma… vai ci siamo dentro! Ai miei occhi si presenta un’umanità diversa e contrastante, ma quello che più mi colpisce è la povertà di coloro che vivono ai bordi delle strade, degli intoccabili come vengono chiamati, ma che a me toccano profondamente il cuore. Il giro in risciò ci catapulta in una serie di strade e vicoli che ci fanno vedere la vera India, quella lontana dai palazzi e della tecnologia, ma vedere la fatica dell’uomo che pedala il mezzo mi fa sentire a disagio e devo dire che non vedo l’ora di scendere. La visita prosegue secondo l’itinerario, la guida ci accompagna e cerca di spiegarci nel suo italiano un po’ stentato, la storia di questo Paese che da sempre ha convissuto, suo malgrado, con popolazioni molto diverse. A pranzo facciamo il primo incontro con il cibo indiano. Tutti dicono che in India non si mangia, che saranno giorni di digiuno, niente di più falso. C’è sempre qualcosa da mangiare anche per chi come me non ama il cibo piccante, riso basmati bollito, verdure cotte (le crude le evito…) e pane molto buono. La sera stremata, dopo una doccia toccasana e una cena veloce, mi infilo nel letto che è davvero comodo e cado tra le braccia di morfeo senza accorgermi. Secondo giorno si continua la visita di Delhi che mette a dura prova il mio concetto di igiene obbligandomi a camminare a piedi nudi nel Tempio Sikh. Il terzo giorno del nostro viaggio organizzato in India prevede la partenza per Jaipur. Per fare i 280 Km che la separano dalla capitale ci impieghiamo, con le soste, quasi tutta la giornata ma semplicemente guardare dal finestrino è come veder scorrere un film. Piccoli agglomerati di abitazioni, forse più capanne che case, apparivano all’improvviso, e negozi in quantità dove si vende di tutto, poi tanta immondizia dappertutto. Mi chiedo ma dove sono le vacche di cui tutti parlano? Non ne vedo neanche una, che sia una storia? Ma la cosa che colpisce subito sono i colori degli abiti delle donne, sari dai colori vivaci, bellissimi che ti incantano, ma ancora più degli abiti ti attirano i loro visi truccati e sempre sorridenti, il loro dolce saluto “NAMASTÉ!”. La città rosa, nei due giorni di permanenza, ci regala la magnificenza dei suoi palazzi, il Palazzo dei venti, il forte Amber dove vivo, non senza apprensione, l’esperienza di salire sull’elefante. Tutto bellissimo, il viaggio è ben organizzato e non ci sono inconvenienti, solo il caldo con i suoi 40° cerca di fiaccarci ma il gruppo, che in poco tempo è già affiatato e coeso, resiste imperterrito anche al meteo. La guida, non provo a scrivere il suo nome, ci invita anche a casa sua per mostrarci una casa indù e ci mostra anche le foto del suo matrimonio. Questo sì che è viaggiare, non solo un susseguirsi di visite turistiche ma un calarsi nella vita della gente, nelle loro case, nei loro usi e costumi. Vogliamo aggiungere poi il minicorso di cucina indiana, la spiegazione di come si indossa un sari, sono valori aggiunti che ti aiutano a capire quella gente. Poi Agra, dove ho potuto vedere che cosa può fare l’amore: il Taj Mahal, il monumento funebre che un uomo innamorato ha fatto per la sua donna morta prematuramente e la Casa delle Suore di Madre Teresa di Calcutta dove sono accolti, per amore di Dio e quindi del prossimo malati psichiatrici, bambini handicappati, neonati abbandonati per strada. Finalmente lì vedo le famose mucche che girano indisturbate per strada, allora non è una favola! Varanasi è forse la visita più “pesante” da un punto di vista emotivo e “di stomaco”, ma devo riconoscere che lì c’è una grande spiritualità. I giorni sono volati via in un attimo, mai un momento mi sono annoiata anzi più volte ho pensato che se non fossi andata mi sarei persa molto. Per tutto questo devo dire grazie all’organizzazione ma anche ai componenti del gruppo, a tutti, nessuno escluso, che hanno avuto nei confronti miei e di Severino, mille accortezze, tante gentilezze che non è facile né scontato trovare, un “grande” gruppo che mi ha aiutato a superare alla grande le mie problematiche fisiche. Grazie a tutti! Quando si riparte?

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